Areco
5x1000 per Areco

Home - Areco - Spazio stampa

Tumore al retto mai più con il «sacchetto» (Sorrisi e Salute )
Grazie a una tecnica chirurgica innovativa, praticata a Milano dall'equipe del dottor Ermanno Leo, chi è operato di cancro può tornare a una vita normale.

Si può ereditare da un genitore o da un nonno che ne ha sofferto, oppure è colpa della nostra alimentazione, abitualmente troppo disordinata. Il cancro al colon retto è la forma tumorale più comune dopo quella al polmone e nel nostro paese colpisce ogni anno circa 30 mila persone. La cura è chirurgica e consiste nell'asportazione della parte di intestino che è stata aggredita dalla malattia. Fino a oggi questo tipo di intervento era invalidante, perché comportava la deviazione del retto: in pratica, il paziente non aveva più le sue regolari funzioni intestinali ed era costretto a convivere per sempre can un sacchetto attaccato all'addome. Ora però le cose sono cambiate grazie a un'operazione chirurgica chiamata anastomosi colo-anale. In Italia è stata già effettuata con successo su 400 pazienti tra i 28 e gli 85 anni di età, la più alta casistica a livello mondiale, tanto che viene portata a esempio in tutti i congressi Internazionali.

«Il chirurgo asporta la parte di intestino retto colpita dal tumore rispettando le strutture muscolari e nervose che ci sono attorno», spiega Ermanno Leo, direttore della Chirurgia colon-rettale dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano. «In questo modo è possibile ricostruire la parte di intestino che è stata tolta e ripristinare le normali attività intestinali. Inoltre, con questo tipo di intervento abbiamo raggiunto un altro importante risultato: una riduzione dal 40 all'8 per cento del rischio di recidive, cioè di ammalarsi nuovamente dello stesso tumore».

L'operazione va bene per tutti senza limiti di età. La degenza in ospedale è di un paio di settimane, poi si torna a casa e nell'arco di un mese si possono riprendere le normali attività quotidiane.

Gli esami da fare.

La migliore arma contro il cancro del colon-retto è la prevenzione: è importante diagnosticare la malattia nelle sue fasi iniziali quando è più facile guarire. La strada che tutti dovrebbero seguire è quella di sottoporsi ogni due anni alla ricerca del sangue occulto nelle feci, un esame semplice e indolore. Alla Mayo Clinic di Rochester negli Stati Uniti è stato recentemente sperimentato un nuovo test che probabilmente sostituirà questo tipo di esame e che ha la caratteristica di essere estremamente preciso: identifica la presenza del tumore in nove casi su dieci. Rileva infatti la presenza nelle feci di tracce di Dna provenienti dalle cellule maligne. Questo test deve essere ancora esteso a un maggior numero di pazienti. Se però continuerà a dimostrarsi così preciso, nell'arco di un paio di anni entrerà nella pratica quotidiana.

Un altro esame a cui bisogna sottoporsi se si presentano fattori di rischio è la rettoscopia, da effettuare ogni tre o quattro anni. È un esame poco piacevole, ma che è indispensabile per vedere in modo dettagliato le pareti interne dell'intestino. L'esplorazione viene effettuata grazie a una sottile sonda con fibre ottiche che viene fatta risalire dall'ano lungo il colon. Il dolore è minimo, ma la sonda può causare fastidio quando il medico la muove per esaminare bene l'interno.

Inizia l'intervento.

L'operazione per asportare un tumore al retto dura cinque o sei ore in anestesia totale. Il chirurgo asporta il tumore con il tratto di intestino colpito dalla malattia, cioè l'ampolla rettale. Lascia però intatto il canale anale, cioè la parte finale del retto che termina nell'ano, e lo sfintere, il piccolo muscolo che contraiamo e rilassiamo volontariamente quando vogliamo svuotare l'ampolla dal suo contenuto. Viene quindi rimosso il tessuto grasso che circonda il colon retto, perché lì si possono annidare cellule tumorali che se, non vengono eliminate, si moltiplicano e provocano un ritorno della malattia. Il lavoro è effettuato in modo estremamente delicato per non rovinare i nervi che sono presenti intorno al grasso, indispensabili per il controllo delle funzioni intestinali e sessuali.

La ricostruzione.br>
Subito dopo viene «modellata» e creata una nuova ampolla con la parte finale del colon rimasto; questa viene quindi collegata al canale anale. Il chirurgo ricuce l'addome, ma lascia una piccola apertura nella parte alta del colon, sopra la zona in cui è stata effettuata la ricostruzione dell'ampolla: attraverso di essa fa passare un tubicino collegato esternamente a un piccolo sacchetto. Si crea così un ano artificiale in modo che le feci non debbano passare subito dall'ano naturale ricostruito. La deviazione è temporanea ed è indispensabile per permettere al collegamento tra l'ampolla e il canale anale di guarire completamente, senza correre il rischio di infezioni causate dal passaggio delle feci.

Dopo il primo intervento.

A distanza di un paio di mesi viene effettuata una nuova operazione chirurgica, che è però decisamente più breve della prima. In anestesia generale il chirurgo elimina l'ano artificiale, cioè toglie il collegamento temporaneo che aveva fatto con l'esterno e chiude il taglietto che aveva lasciato sull'addome. Riprende così la normale attività intestinale.

Controllo assicurato.

Conclusa anche la seconda fase dell'intervento, non si deve avere paura di non riuscire più a controllare gli sfinteri. Infatti, quando il chirurgo asporta il tumore e fa «pulizia» nelle zone vicine, non intacca i nervi preposti a questa funzione. Nei primi mesi però si può avere una funzionalità esagerata dell'intestino (cioè andare in bagno più di tre volte al giorno). Non è niente di grave: succede nel 15 per cento dei casi e l'inconveniente si risolve con una cura a base di fermenti lattici e di sostanze astringenti.

Monica Tizzoni
Copyright © 2017 Areco - Privacy | Disclaimer
Powered by Dolomiti.it Srl