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Tumore al colon. Il video chirurgo entra in campo (Corriere salute)
Il bisturi ha inforcato gli occhiali. E che occhiali! All'istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Milano, il dottor Ermanno Leo e la sua équipe - specializzati nella terapia chirurgica dei tumori all'intestino retto - hanno varato un'apparecchiatura rivoluzionaria. Vestizione da astronauti, computer, caschetti per la visione in tre dimensioni: un apparato supertecnologico per operare con una ricchezza di dettagli senza precedenti. Già dieci pazienti sono stati trattati in questo modo. L'obiettivo: amplificare la vista del chirurgo. Per garantire al malato una qualità della vita migliore dopo l'intervento.

La Playstation serve solo a intossicare il cervello? Non si direbbe proprio, pensando all'idea che ha avuto Federico, 13 anni. Il suo papà è il dottor Ermanno Leo: lavora all'Istituto Tumori di Milano ed è chirurgo.

Playstation

Sì, ma che c'entra la Playstation? Un bel giorno Federico, fan della celebre consolle di gioco, dice al padre: «Papà, ma i chirurghi non potrebbero operare con uno di quegli occhiali dove le immagini ti circondano e tu hai la sensazione di starci dentro?». L'idea ha attizzato l'immaginazione di Leo. Per un semplice fatto: forse avrebbe potuto affinare le prestazioni della sua strategia chirurgica.

«Nei miei 25 anni di professione medica» interviene Leo «l'esperienza accumulata mi ha portato a combattere le demolizioni chirurgiche. Già: la tecnica classica rimuoveva del tutto l'intestino malato, ma anche quello normale. I chirurghi, quando si trovavano a intervenire sulle parti profonde del bacino, nelle zone più basse dell'intestino retto, a ridosso del canale anale, incontravano enormi difficoltà a effettuare una ricostruzione sicura a questo livello». E allora il bisturi optava per la soluzione radicale: con l'area colpita dal tumore veniva asportato anche lo sfintere anale sano. Da qui la necessità di un "ano artificiale": l'estremità recisa del colon veniva permanentemente cucita sulla parete addominale (e le feci raccolte in un sacchetto esterno). Leo, a partire dal 1990, ha riscritto questa pagina della cura chirurgica: ai 450 e passa pazienti sui quali é intervenuto da allora a oggi, il chirurgo pugliese è riuscito a evitare il penoso strascico del sacchetto con un certosino restauro (chiamato tecnicamente anastomosi colo-anale"). La più alta casistica esistente al mondo.

Super-occhio

E rieccoci all'idea di Federico: perché aveva tanto stimolato la fantasia di Leo? «Perché poteva darmi la possibilità di vedere come l'occhio umano non sa fare» risponde il medico. Ovvero: che evoluzione avrebbe potuto conoscere un intervento già di per sé rivoluzionario se una macchina avesse potuto potenziare la vista del chirurgo? Forse si sarebbe riusciti ad abbattere ulteriormente la percentuale delle recidive.

La parola nuovamente al dottor Leo: «L'intestino retto è un territorio davvero delicato e il bisturi, se don lavora con precisione, può lasciare tutt'attorno un'abbondante quota di tessuto grasso. E questo, come oggi sappiamo, può annidare microfocolai del tumore che alla lunga condizionano la ricomparsa della malattia». L'intervento messo a punto da Leo già si è rivelato efficientissimo, «tant'è che oggi», afferma l'oncologo con una punta d'orgoglio che non è vanità, «dopo 10 anni di questa chirurgia (a braccetto con la chemio e la radioterapia) siamo riusciti a ottenere un drastico crollo delle ricadute: dal 30 per cento all'8 per cento».

La rete in aiuto

Si può fare di più? Probabilmente sì: con l'aiuto di un super-occhio. Capace di scrutare là dove la vista dei camici verdi non arriva. Leo ha cominciato a cercare la sua macchina ideale navigando pazientemente nel mare magnum di Internet. «E dopo lunghe peregrinazioni nella Grande Rete», Leo scherza, «ho trovato il mio "oggetto misterioso"! Un apparecchio prodotto da un'azienda tedesca. Ho appurato dal suo costruttore che la macchina era stata progettata (senza però riscuotere successo) per svolgere esami endoscopici. «Perché», chiesi allora, «non sfruttarla in chirurgia?». Così, Leo e la sua équipe sono riusciti a ottenere dalla Germania l'apparecchiatura da testare, con in mente già chiaro il da farsi: riprogrammarla, "piegarla" alle esigenze del bisturi. E oggi il suggerimento di Federico è realtà: un dispositivo che consente di osservare il campo operatorio con una formidabile ricchezza di dettagli. Nulla a che vedere con la chirurgia laparoscopica, che permette di operare gli organi interni con una serie di "tubi" manovrati dall'esterno e che il chirurgo introduce nell'addome attraverso piccole brecce, sulla pelle. L'operazione di Leo si svolge "a cielo aperto", e prevede - qui sta la novità - l'utilizzo di un'asta, provvista di un braccio snodabile, che funge da occhio: posizionata nell'addome e manualmente mossa da un operatore, invia immagini tridimensionali ai chirurghi al lavoro sul paziente.

Casco avveniristico

Tutto ciò grazie a un avveniristico caschetto che i camici verdi indossano per tutta la durata dell'operazione. Per la prima volta al mondo, ciò che vede chi manovra il bisturi diventa esperienza collettiva: con quei caschi, tutti gli operatori, attorno al malato, osservano lo stesso "film" che sta seguendo il chirurgo.

Inoltre, con questa innovativa tecnologia diventa ancora più fattibile la conservazione dei nervi adibiti al controllo delle funzioni sessuale e vescicale, sempre tra gli obiettivi primari del chirurgo quando il bisturi agisce sugli organi del bacino. Ma non ci guadagnano soltanto gli occhi del chirurgo. «Dotato di questa strumentazione, chi opera non è più costretto ad alzare ogni volta lo sguardo per controllare le lastre del paziente sui pannelli luminosi affissi ai muri della sala chirurgica. Il chirurgo è in grado di richiamare gli esami radiologici del malato (Tac, Rmn, angiografie e via discorrendo) direttamente sul proprio visore e studiarli con una pienezza visiva sorprendente. E una volta "ripassati", può tornare. in tempo reale a manovrare il bisturi».

All'Istituto Tumori di Milano Leo è così intervenuto su una decina di pazienti. «Con l'ausilio di questa strumentazione coltiviamo un obiettivo: - afferma - dire definitivamente addio al "sacchetto", ridurre a zero la percentuale delle ricadute e aumentare la sopravvivenza anche nei casi avanzati. Tutto ciò senza sottovalutare il ruolo della chemioterapia e della radioterapia, ma subordinando tali scelte alla chirurgia».

Non è un ambizioso traguardo personale: Leo sta lavorando affinché tutti i chirurghi, in Italia e all'estero, centrino questi bersagli. Come? Con master in chirurgia colo-rettale, lezioni teoriche e pratiche, giornate di studio, videoconferenze, simposi internazionali. Un'attività sostenuta dall'ARECO, l'Associazione di Ricerca Europea in Chirurgia Oncologica, costituita nel 1996. «La nostra Unità Operativa di chirurgia colo-rettale - dice - è diventata punto di riferimento. E ora vogliamo che le nostre acquisizioni diventino patrimonio di tutti».
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