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Intervista con il professor Ermanno Leo che opera con la realtà virtuale all’Istituto tumori di Milano (Chi)
MILANO - MARZO Un bambino di 13 anni appassionato di elettronica e campione di Playstation, la consolle per i videogiochi che si collega al televisore di casa, parla con il padre chirurgo. «Ma non vi farebbe comodo operare con quei caschi usati nella realtà virtuale dove le immagini sono tridimensionali e sembra di entrare negli oggetti che si stanno guardando?». «Certo» risponde il padre, che da anni si occupa di terapia chirurgica dei tumori all'intestino retto.

Per lui operare «come se avesse gli occhi nella pancia del paziente» è quasi un sogno. Così Ermanno Leo, questo il nome del chirurgo, si mette a cercare su Internet la macchina descritta dal figlio Federico. Macchina che però non esiste. O meglio, esiste, ma ha un'altra funzione. «Ho trovato l'apparecchio che cercavo», spiega Leo, direttore dell'unità operativa di chirurgia colon-rettale dell'Istituto dei Tumori di Milano, «sul sito Internet di un'azienda tedesca, solo che loro lo avevano progettato per svolgere esami endoscopici. Quando li ho chiamati per avere la macchina in visione e proporre la mia idea non mi sembravano molto convinti. Poi, visto che la richiesta proveniva dall'Istituto dei Tumori, hanno accettato e sono venuti a montarmela». Così, circa due mesi fa, è arrivata a Milano l'apparecchiatura: gli scatoloni della memoria centrale, i caschi avveniristici e una telecamerina. «Ho dovuto adattare la strumentazione alla mia idea: così ho chiesto di montare la telecamera su un braccio meccanico per poterla muovere durante le operazioni».

Questa nuova procedura è già stata adottata nel corso di dieci interventi: in pratica sul paziente operano tre chirurghi muniti ciascuno di un casco collegato alla telecamera. Questa, direzionata dal braccio meccanico, va a inquadrare la zona dell'intervento e permette di vedere in formato tridimensionale e di ingrandire la zona sulla quale si sta operando. Ogni medico osserva le immagini nel caschetto e sempre da qui può richiamare con un dispositivo vocale tac ed esami radiologici. «Con questi caschi non ci daremo più testate nel tentativo di vedere meglio la zona da operare», scherza Ermanno Leo. «Inoltre potremo migliorare la didattica, mostrando ai chirurghi in apprendimento tutti i dettagli dell'operazione» . La macchina costa circa 130 mila euro, ma sulla fattibilità economica dell'operazione sembra ottimista Gianni Locatelli, commissario straordinario dell'Istituto dei Tumori, entusiasta per i risultati raggiunti dai suoi ricercatori. Per Ermanno Leo, papà dell'idea e del bambino che l'ha suggerita, questa innovazione è un passo avanti nel suo progetto di chirurgia curativa e conservativa per i tumori del colon-retto. Questa patologia, che colpisce 18.000 persone ogni anno, è la seconda causa di morte per tumore. I soli tumori del retto, invece, sono circa 4.000 all'anno, con un'incidenza maggiore fra i 40 e i 70 anni e un'equa ripartizione fra uomini e donne. «La cura dei tumori del retto è sempre stata tesa alla demolizione dell'apparato nell'illusione di una cura più radicale. Ma in questi casi la recidiva è del 30%», spiega ancora Leo. Inoltre, nel caso dell'intervento chirurgico demolitivo, che ha interessato finora circa 60.000 casi, i pazienti sono costretti a convivere con il tanto odiato "sacchetto". Per evitare questa soluzione e garantire a chi è stato operato una migliore qualità della vita, dal 1990 l'unità operativa di chirurgia dei tumori del colon-retto promuove una tecnica di conservazione dell'apparato sfinteriale. «Abbiamo operato con questo metodo circa 2.000 pazienti per tumore colon-rettale di cui 450 per tumori del retto basso, con una riduzione delle recidive dal 30% all'8%. Oltre alla conservazione della funzione intestinale puntiamo alla salvaguardia di quella sessuale e vescicale, con risultati positivi nell' 80% dei casi per la prima tipologia e del 95% per la seconda». Risultati che pongono l'Italia e l'Istituto dei Tumori di Milano, l'unico ad avere un'unità operativa interamente dedicata alla cura del cancro del colon-retto, ai vertici negli studi in questo delicato campo della medicina. Per diffondere i risultati delle proprie ricerche e condividere a livello internazionale le sue tecniche innovative, il professor Leo ha costituito nel 1997 l'Areco, Associazione per la ricerca europea in chirurgia oncologica, che organizza simposi internazionali e un master sulla chirurgia del colon-retto, giunto alla sua terza edizione (la prossima partirà 1'8 aprile). Così ora dovrà spiegare ai medici di tutto il mondo come farà la Playstation a migliorare le loro prestazioni in sala operatoria.

Valerio Palmieri
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